Creare sistema e nuove ceramiche 2005 - Tullio Mazzotti Artist

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Creare sistema e nuove ceramiche 2005

IO PENSO E MANIFESTO

CREARE SISTEMA ... E NUOVE CERAMICHE
di Tullio Mazzotti

pubblicato su ANALISI E PROSPETTIVE D'ARTE
2005


Il Novecento è stato un secolo di grandi trasformazioni, Albisola non se ne è sottratta vivendo il Novecento da protagonista.
Luciano Caprile tempo fa disse “Albisola è il Novecento” sintetizzando ciò essa ha rappresentato nel campo dell’arte ceramica nel secolo appena trascorso.
Mio nonno Torido ricordava quando andava a vedere “le luci che non si spegnevano con il vento”, erano i primi lampioni elettrici. Era nato nel 1895 ed è mancato nel 1988 attraversando un secolo di grandi trasformazioni del paese e della produzione ceramica. Il padre Bausin, fondatore della ditta, disegnò il primo forno a legna con la muffola (cioè con la camera che preserva gli oggetti dal contatto con il fuoco). Poi Torido stesso introdusse il disegno tecnico per la foggiatura degli oggetti, portò la decorazione a riflessi metallici in Albisola. Visse accanto al fratello Tullio d’Albisola le grandi stagioni artistiche: il futurismo, gli anni Cinquanta. Arrivò sino a vedere i primi computer in fabbrica.
100 anni in cui tutto è cambiato: la tecnologia, le abitudini, soprattutto la società.
L’arte è cambiata, l’artigianato deve cambiare.
È necessario innanzi tutto ridefinire il ruolo dell’artigianato.
Lo sport è stato per me una scuola di vita, oltre che il grande piacere di sciare e surfare discrete/grandi onde. Lo sport è antico, apparentemente fermo, o lento nell’evoluzione, nella sostanza delle sue regole. Eppure è in costante movimento, la ricerca non si ferma mai. Non intendo la ricerca scientifica, ma quella che svolgono interiormente gli atleti, i protagonisti, il ripetere
sempre gli stessi gesti, cercando sempre di trovare nuove soluzioni. In nessun sport, nessun atleta riuscirebbe a vincere oggi una gara con la tecnica/prestazione/attrezzatura di 20 anni fa.
Similarmente ciò avviene anche nelle ditte, un’azienda deve necessariamente continuare il suo processo d’aggiornamento della sua struttura, dei metodi di lavorazione. Tecnologia, materiali, prodotti devono stare al passo con i tempi. Stare fermi significa, come azienda, essere condannati a chiudere battenti.
Questa semplice constatazione è applicabile anche a un paese, o meglio a una comunità come quella che è Albisola.
Prima di me in questa pubblicazione, gli altri autori hanno analizzato, raccolto dati oggettivi, ricordato.
È sulla base di quanto precedentemente esposto che vorrei provare a sviluppare qualche possibile soluzione perché Albisola (il territorio della Libera Repubblica delle Arti) tenga il passo della sua storia.
Innanzi tutto delimitiamo il territorio.
Cosa è Albisola ? Albisola è l’insieme di due comuni : Albisola Superiore e Albissola Marina. Ma è anche parte della vicina Savona. Quest’ultima pur avendo caratteristiche genetiche differenti ha, con Albisola, intrecci culturali evidenti e vicendevoli.
È un dato di fatto incontestabile. Scindere Albisola da Savona è un errore simile a quello di un’azienda moderna che speri di sopravvivere rifiutandosi di allargare il proprio mercato. Anzi si dovrebbe pensare di allargare lo sguardo albisolese/ceramico da Vado Ligure verso le vicine Celle e Varazze (maggiormente dotate di ricezione alberghiera).
Gli anni Trenta con il secondo futurismo e gli anni Cinquanta con la presenza internazionale degli artisti sono i pilastri su cui Albisola fonda la sua notorietà.
Quegli eventi sono nati sulla base delle caratteristiche del paese e della sua gente.
Un territorio bello, chiuso fra il mare e le colline, in cui si può respirare il profumo di salsedine o di pino a seconda di come tira il vento. Un comunità aperta verso la navigazione e il passo appenninico del Giovo. Questo contrasto lo si trova anche nel carattere degli Albisolesi. Difficilmente un albisolese parlerà dei propri affetti privati, delle gioie o dei dolori intimi, sono/siamo riservati, “
stundai” ovvero umorali, ombrosi. Però sanno accettare i “foresti” (come Jorn, Fontana, Elde, Sassu), ma solo se questi a loro volta sono trasparenti, diretti, naturali. Se al contrario uno finge, elabora, allora non c’è verso … non sarà mai un albisolese. È come fare un esame, o lo si supera e si diventa albisolesi o non lo si supera e non si sarà mai albisolesi. Queste caratteristiche permangono ancora oggi, apertura e chiusura nello stesso tempo, con la complicazione che oggi c’è tensione, diffidenza, meno propensione a aprirsi.
Non ha caso Milena Milani nel numero 1, anno 5 de “il Tornio” scriveva che per aiutare Albisola a riprendere vigore bisogna innanzi tutto agire nell’interesse collettivo, superare le meschine discussioni e le invidie …
Il futurismo e gli anni Cinquanta, queste due stagioni sono nate principalmente per l’intuizioni di Tullio d’Albisola (che ha volto lo sguardo al futurismo), di Sergio Dangelo e Enrico Baj (per l’invito a Asger Jorn) e per lo spirito d’accoglienza che caratterizza Albisola.
Sono nate spontaneamente, ma si fondavano su due pilastri strutturali ben solidi: per il Futurismo appunto la dottrina del movimento artistico, per gli anni Cinquanta il boom economico, l’economia del paese che tirava fece da ossatura e supporto alla presenza degli artisti nelle fabbriche.
Oggi la polverizzazione dell’arte, l’ingerenza del mercato nel lavoro degli artisti, l’imperante relativismo non permettono aggregazioni attorno a idee forti, capaci di proiettarci in avanti sulla fermezza di “verità” assolute. Le difficoltà economiche del mercato e in particolare del settore ceramico non permettono alle fabbriche grandi investimenti nella ricerca artistica.
Una volta si poteva mettere a disposizione di un artista un lavorante (torniante o decoratore) perché le fabbriche avevano più personale e quindi il distacco di una singola persona dalla produzione corrente, a parità di tempo, era minore in percentuale e quindi più facilmente assorbibile come “costo”. Oggi si è costretti a quantificare (monetizzare) quel tempo, ciò comporta una riduzione della ricerca pura, che al contrario bisogna continuare a fare.

Abbiamo delimitato il
territorio (Albisola/Savona o meglio Vado/Varazze) e individuato una priorità (la ricerca dentro le fabbriche).
Non solo ricerca in campo artistico però, ricerca anche nella produzione corrente attraverso un’analisi del prodotto attualmente commercializzato, una sua eventuale revisione.
Ma è anche necessario un ripensamento del ruolo stesso dell’artigianato.
La domanda è cosa deve produrre un artigiano della ceramica ?
Portavasi, vasi, piatti ? brocche ?
La risposta è NO, NON SOLO.
Perché oggi uno dovrebbe fare un oggetto fatto a mano ? Che necessità c’è di farlo quando il mercato offre tutto quello di cui ha bisogno ?
Oggi molto spesso le fabbriche di ceramica, anche fuori di Albisola, offrono in nome dell’artigianato prodotti scadenti, realizzati senza anima.
Sostengo che ciò sia un errore. Alla gente importa solo superficialmente che l’oggetto sia fatto a mano, percepisce il valore della tradizione, ma ciò che lo istiga all’acquisto (ovvero lo porta al desiderio di entrarne in possesso) è l’emozione, quella scintilla creativa che lega il progettista (nel caso di produzione industriale) o l’artigiano (in caso di produzione manuale) all’oggetto.
Dunque è necessario evitare produzioni prive di incrementi creativi, come invece purtroppo oggi avviene frequentemente.
L’artigiano deve produrre emozioni, la ceramica deve produrre emozioni.
Al contrario le fabbriche di ceramica rimangono statiche mentre dovrebbero capire la necessità di investire su loro stesse. Ancor di più dovrebbero capire la necessità di smuoversi da archetipi storici di produzione; purtroppo nelle commissioni relative alla legge 188/90 sul Marchio DOC della Ceramica e sulla costituenda legge regionale sull’Artigianato di Eccellenza l’orientamento dei ceramisti “esperti albisolesi” è maggiormente rivolto alla chiusura verso nuove possibilità creative.
Rivedere la struttura aziendale, rivedere la produzione, rivedere il settore commerciale sono punti assolutamente prioritari. Da troppo tempo questo processo non viene svolto in molte delle botteghe albisolesi (e anche italiane). Questo porta a una deficienza del ruolo stesso dei ceramisti sia in termini di prodotto/mercato sia in termini “sociali”.
Come si po’ pensare di poter vendere in eterno lo stesso prodotto ?
Gli artigiani ceramisti come possono pensare di avere un ruolo di riferimento (nei riguardi del paese, delle amministrazioni, della società) se all’interno della loro fabbrica non svolgono efficacemente una ricerca, un aggiornamento dei metodi di lavoro, della produzione ?
In questo senso l’aggregazione di produttori in un’associazione di ceramisti efficace sarebbe d’aiuto, ma al contrario poche aziende sentono questa esigenza, anzi alcune sembrano percepire come un danno una tale eventualità. Da una parte sembrano essere preoccupate che la crescita del settore possa portare alla diminuzione del loro ruolo (per le ditte di maggior rilievo) dall’altra parte (per le ditte più piccole) una eventuale quota associativa degna d’investimento viene letta come un costo. È un errore madornale.
Solo poche aziende ceramiche oggi nell’albisolese sembrano percepire il vantaggio di una reale aggregazione fra produttori rivolta alla salvaguardia di un patrimonio storico (da una lato) e proiettata (dall’altro) alla ricerca di nuovi prodotti e ruoli dell’artigiano.
Una proficua ricerca ha un costo che difficilmente oggi può essere assorbito da una singola azienda (perché ormai troppo piccole), mentre è divisibile fra più aziende.
Una ditta di cento dipendenti se ne impiega il 10% nella ricerca … farà miracoli.
Una ditta con un dipendente se impiega il 10% nella ricerca … ottiene due risultati : non trova nulla e fallisce (perché il costo non è assorbile dalla struttura troppo piccola della fabbrica).
Dunque l’unica soluzione attuabile è aggregare i produttori attorno a un progetto di ricerca, meglio ancora se in collaborazione con la Scuola della ceramica, che serva a rinnovare del prodotto, i metodi di lavorazione, che serva a capire il mercato e a creare strutture commerciali per vendere più ceramica di Albisola.
La percezione di questa esigenza è primaria anche da parte degli Enti e delle Istituzioni che devono capire tale necessità come fondamentale per i criteri utilizzati nella concessione di contributi verso iniziative a sostegno del settore.
Sono prioritari tutti quei progetti che portano a una aggregazione delle forze in campo, siano essi artigiani, artisti, operatori culturali. Sono prioritari quei progetti che invogliano la ricerca finalizzata alla definizione del ruolo dell’artigiano, di una revisione della produzione, della rete di vendita.
Tutto il resto viene dopo.

La collina dei cecchini.
Gli anni Settanta/Ottanta/Novanta, pur ricchi di eventi, in alcuni casi di cose buone, segnarono però Albisola in senso negativo.
In altre parti di questa pubblicazione vengono elencate mostre ed eventi relativi a quegli anni, episodi spesso lodevoli, ma che comunque mai assunsero l’importanza che ebbero il “periodo Futurista” o gli “anni Cinquanta”.
Nell’ultimo quarto del Novecento in Albisola lavorarono artisti di prestigio, la ceramica in quanto materiale venne utilizzata con rispetto per fare arte, si tennero mostre interessanti. Ma l’ambiente artistico, il paese cambiò in negativo. I ceramisti stessi si preoccuparono maggiormente di mantenere posizioni acquisite anziché favorire il settore nel suo complesso.
Innanzi tutto fu un grande errore non realizzare un Museo della Ceramica.
Era l’occasione non per storicizzare, ma al contrario per dare struttura viva al ruolo che Albisola aveva assunto nella prima parte del Novecento.
Parallelamente, poi, dopo l’avvio intelligente della Scuola della Ceramica, sul finire degli anni Novanta non si capì la necessità di indirizzare la Scuola stessa verso la ricerca e la formazione professionale.
Risultato è che oggi
Albisola non ha un Museo della Ceramica che svolga un ruolo di indirizzo culturale, non ha una Scuola della Ceramica che formi le nuove generazioni di ceramisti, ovvero non ha strutture.
Tutto quanto appena detto espone Albisola/Savona (tutto il territorio da Vado a Varazze) allo stillicidio di mostre e manifestazioni estemporanee, episodiche, mentre oggi è assolutamente necessario per stare sul “mercato” (sia esso culturale, artigianale o turistico) avere strutture che sappiano progettare e comunicare.
Ma crearle significa anche
spostare il baricentro dalle persone alle istituzioni, significa creare sistema. E purtroppo quelli che sentono la voglia di farlo sono oggi minoranza.
Dopo la scomparsa dei grandi maestri che fecero grande Albisola, i loro epigoni non furono più in grado di parlare di idee con la stessa efficacia dei loro maestri. La società stava cambiando, dopo il grande boom economico, si fece strada la comunicazione, con la sua ubriacatura, la perdita di identità storiche, culturali. L’arte non ne fu esente, gli artisti caddero nella trappola dell’evento. L’evento non come
opera d’arte; l’evento come episodio utile a richiamare attenzione è sciocco, ma purtroppo diffuso.
I compagni di tavolino, al Bar Testa, dei grandi maestri assunsero il ruolo di capibranco. La grande apertura verso i giovani, che in tanti testimoniano e documentano, dei grandi artisti che vissero e frequentarono Albisola nel dopoguerra scomparve. I nuovi capitribù si dimostrarono maggiormente attenti nella scelta delle alleanze e dei compagni di viaggio, quasi nel timore che una scelta sbagliata potesse inquinare la loro arte. Quando uno ha poco filo nel rocchetto lo usa con parsimonia. E di filo Tullio d’Albisola, Jorn, Fontana, Lam, Baj, Capogrossi, Sassu e …ne avevano parecchio, tanto è vero che hanno sempre aiutato i giovani, con loro si confrontavano, sapevano parlare di idee.
Così quel meraviglioso cenacolo di artisti e di idee si chiuse.
Non che in Albisola non ci fossero e non ci siamo artisti validi, ci sono eccome, ma è evidente che oggi
siano diminuite le occasioni per confrontarsi sull’arte vera. Mentre sono cresciute a dismisura la quantità di mostre, poliedriche, spesso assolutamente inutili, di cose già viste.
In mancanza di un Museo, che soddisfacesse una esigenza di documentazione storica, si formarono però alcune figure di critici, studiosi che in parte svolsero quel ruolo. Complicando però ancora di più l’ambiente, contribuendo a chiuderlo ancora di più attraverso una rete di alleanze, quasi
strutturali, che di fatto ancora oggi impediscono uno sviluppo razionale delle strutture culturali. Che non sono le persone, ma i Musei, la Scuola di ceramica, un’associazione di produttori.
La Libera Repubblica delle Arti si trasformò in una Tribù.
E purtroppo alcuni scelsero una propria collinetta e vi salirono in cima, muniti di armamenti e ben decisi a difenderla sino alla morte. Dei veri guerrieri. Da lì sparavano, sparano a tutti coloro che si avvicinano standosene arroccati, creando alleanze difensive, evitando il dialogo.
Certamente la situazione sociale è cambiata, tutto è cambiato, ma se vogliamo riportare Albisola al livello che ha svolto nel Novecento è necessario APRIRSI.
È necessario capire che noi tutti dobbiamo fare la nostra parte, senza egemonie.
Sono necessarie le strutture più che le persone.
Una classe politica, competente, che attraverso il lavoro degli Enti e delle Istituzioni indirizzi il futuro nella giusta direzione;
una aggregazione degli artigiani per dividere i costi e poter svolgere un ricerca finalizzata a rinnovare la figura dell’artigiano, della produzione, della commercializzazione;
una Scuola della ceramica (magari in collaborazione con la Camera di Commercio) che svolga un ruolo di formazione professionale, non solo per i futuri ceramisti, ma anche per gli attuali artigiani;
una struttura Museo (Rete dei Musei o altro … non importa) capace di coordinare uno sviluppo culturale, comunicare l’immagine storica del territorio;

sono queste le cose che servono.
Ma tutto questo sopra non basta senza un ingrediente miracoloso, il senso di appartenenza al glorioso territorio ceramico di Albisola/Savona da Vado Ligure sino a Varazze.
Sta tutta lì la fortuna o meno del nostro futuro, perché sentirsi parte di una collettività che ha storia e risorse significa saper fare un passo indietro a favore del dialogo, significa non sfruttare il passato, significa lavorare per un bene comune. Significa guardare al futuro con intelligenza.
È solo facendo crescere questa consapevolezza,
APPARTENERE ALLA LIBERA REPUBBLICA DELLE ARTI, che riusciremo a creare le condizioni per un cambiamento, ormai necessario agli occhi di tutti.
Poi tutto il resto verrà da solo … anche perché la mancanza di quanto sopra sono cose troppo evidenti.

Per ultimo una fantasia quasi risolutiva, intuitiva, ma fondamentale; Albisola dovrebbe dotarsi di uno spazio espositivo di grande dimensione, recuperare un capannone industriale dimesso, svuotalo di tutto, pulirlo e renderlo attivo per mostre d’arte contemporanea. Sarebbe un’intuizione superiore alla Passeggiata degli Artisti. Perché non statica, ma viva, proiettata al futuro.
Oggi c’è oltremodo carenza di spazi espositivi con queste caratteristiche, quei pochi che ci sono in Italia sono
bloccati, utilizzati solo per grandi eventi ormai ingessati dal mercato. Una struttura aperta ai giovani, non chiusa nel circuito dell’arte codificata creerebbe la condizione per cui Albisola ritorni luogo ceramico dove fare ricerca artistica.

Ma non so se queste considerazioni saranno sentite dai miei amici artigiani, dal mondo dell’arte, dalle Istituzioni. Mi auguro di si. Comunque quello che appartiene all’artigiano/artista è il fare. Questa risorsa che ci appartiene non è estinguibile … dunque nella attesa che i cecchini si accorgano che la guerra è finita, che non c’è più bottino da spartirsi, che gli Amministratori pubblici crescano … meglio continuare a fare della buona ceramica e della buon arte.


Tullio 2005

 
 
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